iti.
Giungean questi frattanto ove d'Ettorre
avean l'incauto esploratore ucciso.
Qui ferma Ulisse de' corsieri il volo:
balza il Tidìde a terra, e nelle mani
dell'itaco guerrier le sanguinose
spoglie deposte, rapido rimonta
e flagella i corsier che verso il mare
divorano la via volonterosi.
Primo udinne il romor Nestore, e disse:
O amici, o degli Achei principi e duci,
non so se falso il cor mi parli o vero;
pur dirò: mi ferisce un calpestìo
di correnti cavalli. Oh fosse Ulisse!
Oh fosse Dïomede, che veloci
gli adducessero a noi tolti a' Troiani!
Ma mi turba timor che a questi prodi
non avvegna fra' Teucri un qualche danno.
Finite non avea queste parole,
che i campioni arrivâr. Balzaro a terra;
e con voci di plauso e con allegro
toccar di mani gli accogliean gli amici.
Nestore il primo interrogolli: O sommo
degli Achivi splendore, inclito Ulisse,
che destrieri son questi? ove rapiti?
nel campo forse de' Troiani? o dielli
fattosi a voi d'incontro un qualche iddio?
Sono ai raggi del Sol pari in candore
mirabilmente; ed io che sempre in mezzo
a' Troiani m'avvolgo, e, benché veglio
guerrier, restarmi neghittoso abborro,
io né questi né pari altri corsieri
unqua vidi né seppi. Onde per via
qualcun mi penso degli Dei v'apparve,
e ven fe' dono; perocché voi cari
siete al gran Giove adunator di nembi,
e alla figlia di Giove alma Minerva.
Nestore, gloria degli Achei, rispose
l'accorto Ulisse, agevolmente un Dio
potrìa darli, volendo, anco migliori,
ché gli Dei ponno più d'assai. Ma questi,
di che chiedi, son traci e qua di poco
giunti: al re loro e a dodici de' primi
suoi compagni diè morte Dïomede,
e tredicesmo un altro n'uccidemmo
capitana d'Ulisse, ove nel mezzo
ai santi altari si tenea ragione
e parlamento, d'Evemone il figlio
Eurìpilo scontrò, che di saetta
ferito nella coscia e vacillante
dalla pugna partìa. Largo il sudore
gli discorrea dal capo e dalle spalle,
e molto sangue dalla ria ferita,
ma intrepida era l'alma. Il vide e n'ebbe
pietade il forte Menezìade, e a lui
lagrimando si volse: Oh sventurati
duci Achei! così dunque, ohimè! lontani
dai cari amici e dalla patria terra
de' vostri corpi sazïar di Troia
dovevate le belve? Eroe divino
Eurìpilo, rispondi: Sosterranno
gli Achei la possa dell'immane Ettorre,
o cadran spenti dal suo ferro? - Oh diva
stirpe, Patròclo, (Eurìpilo rispose)
nullo è più scampo per gli Achei, se scampo
non ne danno le navi. I più gagliardi
tutti giaccion feriti, e ognor più monta
de' Troiani la forza. Or tu cortese
conservami la vita. Alla mia nave
guidami, e svelli dalla coscia il dardo,
con tepid'onda lavane la piaga
e su vi spargi i farmaci salubri
de' quali è grido che imparata hai l'arte
dal Pelìde, e il Pelìde da Chirone
de' Centauri il più giusto. Or tu m'aita,
ché Podalirio e Macaon son lungi;
questi, credo, in sua tenda, anch'ei piagato
è di medica man necessitoso;
l'altro co' Teucri in campo si travaglia.
Qual fia dunque la fin di tanti affanni?
soggiunse di Menèzio il forte figlio,
e che faremo, Eurìpilo? Gran fretta
mi sospinge ad Achille a riportargli
del guardïano degli Achei Nestorre
una risposta: ma pietà non vuole
che in questo stato io t'abbandoni. - Il cinse
colle braccia, ciò detto, e nella tenda
il menò, l'adagiò sopra bovine
pelli dal servo acconciamente stese,
indi col ferro dispiccò dall'anca
l'acerbissimo strale, e con tepenti
linfe la tabe ne lavò. Vi spresse
poi colle palme il lenïente sugo
d'un'amara radice. Incontanente
calmossi il duolo, ristagnossi il sangue,
ed asciutta si chiuse la ferita.

Libro Duodecimo
Così dentro alle tende medicava
d'Eurìpilo la piaga il valoroso
Menezìade. Frattanto alla rinfusa
pugnan Teucri ed Achei; né scampo a questi
è più la fossa omai, né l'ampio muro
che l'armata cingea. L'avean gli Achivi
senza vittime eretto a custodire
i navigli e le prede. Edificato
dunque malgrado degli Dei, gran tempo
non durò. Finché vivo Ettore fue,
e irato Achille, e Troia in piedi, il muro
saldo si stette; ma de' Teucri estinte
l'alme più prodi, e degli Achei pur molte,
e al decim'anno Ilio distrutto, e il resto
degli Argivi tornato al patrio lido,
decretâr del gran muro la caduta
Nettunno e Apollo, l'impeto sfrenando
di quanti fiumi dalle cime idèe
si devolvono al mar, Reso, Granìco,
Rodio, Careso, Eptàporo ed Esèpo
e il divino Scamandro e Simoenta
che volge sotto l'onde agglomerati
tanti scudi, tant'elmi e tanti eroi.
Di questi rivoltò Febo le bocche
contro l'alta muraglia, e vi sospinse
nove giorni la piena. Intanto Giove,
perché più ratto l'ingoiasse il mare,
incessante piovea. Nettunno istesso
precorrea le fiumane, e col tridente
e coll'onda atterrò le fondamenta
che di travi e di sassi v'avean posto
i travagliosi Achivi; infin che tutta
al piano l'adeguò lungo la riva
dell'Ellesponto. Smantellato il muro,
fe' di quel tratto un arenoso lido,
e tornò le bell'acque al letto antico.
Di Nettunno quest'era e in un d'Apollo
l'opra futura. Ma la pugna intorno
a quel valido muro or ferve e mugge.
Cigolar delle torri odi percosse
le compàgi, e gli Achei dentro le navi
chiudonsi domi dal flagel di Giove,
e paventosi dell'ettoreo braccio,
impetuoso artefice di fuga;
perocché pari a turbine l'eroe
sempre combatte. E qual cinghiale o bieco
leon cui fanno cacciatori e cani
Disse, e il gerenio cavalier rispose:
E donde avvien che de' feriti Achivi
sente Achille pietà? Né ancor sa quanta
pel campo s'innalzò nube di lutto.
Piagati altri da lungi, altri da presso
nelle navi languiscono i più prodi.
Di saetta ferito è Dïomede,
d'asta l'inclito Ulisse e Agamennóne,
Euripilo di strale nella coscia,
e di strale egli pur questo che vedi
da me condotto. Il prode Achille intanto
niuna si prende né pietà né cura
degl'infelici Achivi. Aspetta ei forse
che mal grado di noi la fiamma ostile
arda al lido le navi, e che noi tutti
l'un su l'altro cadiam trafitti e spenti?
Ahi che la possa mia non è più quella
ch'agili un tempo mi facea le membra!
Oh quel fior m'avess'io d'anni e di forza,
ch'io m'ebbi allor che per rapiti armenti
tra noi surse e gli Elèi fiera contesa!
Io predai con ardita rappresaglia
del nemico le mandre, e l'elïese
Ipirochìde Itimonèo distesi.
Combattea de' suoi tauri alla difesa
l'uom forte, e un dardo di mia mano uscito
lui tra' primi percosse, e al suo cadere
l'agreste torma si disperse in fuga.
Noi molta preda n'adducemmo e ricca:
di buoi cinquanta armenti, ed altrettante
di porcelli, d'agnelle e di caprette,
distinte mandre, e cento oltre cinquanta
fulve cavalle, tutte madri, e molte
col poledro alla poppa. Ecco la preda
che noi di notte ne menammo in Pilo.
Gioì Nelèo vedendo il giovinetto
figlio guerrier di tante spoglie opimo.
Venuto il giorno, la sonora voce
de' banditor chiamò tutti cui fosse
qualche compenso dagli Elèi dovuto.
Di Pilo i capi congregârsi, e grande
sendo il dovere degli Elèi, fu tutta
scompartita la preda, e rintegrate
l'antiche offese. Perciocché la forza
d'Ercole avendo desolata un giorno
la nostra terra, e i più prestanti uccisi,
e di dodici figli di Nelèo
prodi guerrier rimasto io solo in Pilo
con altri pochi oppressi, i baldanzosi
Elèi di nostre disventure alteri
n'insultâr, ne fêr danno. Or dunque in serbo
tenne il vecchio per sé di tauri intero
un armento trascelto, e un'ampia greggia
di ben trecento pecorelle, insieme
co' mandriani; giusta ricompensa
di quattro egregi corridor, mandati
in un col carro a conquistargli un tripode
nell'olimpica polve, e dall'elèo
rege rapiti, rimandando spoglio
de' bei corsieri il doloroso auriga.
Di questi oltraggi il vecchio padre irato
larga preda si tolse, e al popol diede,
giusta il dovuto, a ripartirsi il resto.
Mentre intenti ne stiamo a queste cose,
e offriam per tutta la città solenni
sacrifici agli Eterni, ecco nel terzo
giorno gli Elèi con tutte de' lor fanti
e cavalli le forze in campo uscire,
ed ambedue con essi i Molïoni,
giovinetti ancor sori ed inesperti
negl'impeti di Marte. Su l'Alfèo
in arduo colle assisa è una cittade
Trïoessa nomata, ultima terra
dell'arenosa Pilo. Desïosi
di porla al fondo la cingean d'assedio.
Ma come tutto superaro il campo,
frettolosa e notturna a noi discese
dall'Olimpo Minerva, ad avvisarne
di pigliar l'armi; e congregò le turbe
per la cittade, non già lente e schive,
ma tutte accese del desìo di guerra.
Non mi assentiva il genitor Nelèo
l'uscir con gli altri armato; e perché destro
nel fiero Marte ancor non mi credea,
occultommi i destrieri. Ed io pedone
v'andai scorto da Pallade, e tra' nostri
cavalier mi distinsi in quella pugna.
Sul fiume Minïèo che presso Arena
si devolve nel mar, noi squadra equestre
posammo ad aspettar l'alba divina,
finché n'avesse la pedestre aggiunti.
Riunito l'esercito, movemmo
ben armati ed accinti, e sul merigge
d'Alfèo giungemmo all'onde sacre. Quivi
propizïammo con opime offerte
l'onnipossente Giove; al fiume un toro
svenammo, un altro al gran Nettunno, e intatta
a Palla una giovenca. Indi pel campo
preso a drappelli della sera il cibo,
tutti ne demmo, ognun coll'armi indosso,
Dissero; e il rege la chiamò per nome:
Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta,
siedimi accanto, e mira il tuo primiero
sposo e i congiunti e i cari amici. Alcuna
non hai colpa tu meco, ma gli Dei,
che contra mi destâr le lagrimose
arme de' Greci. Or drizza il guardo, e dimmi
chi sia quel grande e maestoso Acheo
di sì bel portamento? Altri l'avanza
ben di statura, ma non vidi al mondo
maggior decoro, né mortale io mai
degno di tanta riverenza in vista:
Re lo dice l'aspetto. - E la più bella
delle donne così gli rispondea:
Suocero amato, la presenza tua
di timor mi rïempie e di rispetto.
Oh scelta una crudel morte m'avessi,
pria che l'orme del tuo figlio seguire,
il marital mio letto abbandonando
e i fratelli e la cara figlioletta
e le dolci compagne! Al ciel non piacque;
e quindi è il pianto che mi strugge. Or io
di ciò che chiedi ti farò contento.
Quegli è l'Atride Agamennón di molte
vaste contrade correttor supremo,
ottimo re, fortissimo guerriero,
un dì cognato a me donna impudica,
s'unqua fui degna che a me tale ei fosse.
Disse; ed in lui maravigliando il vecchio
fisse il guardo e sclamò: Beato Atride,
cui nascente con fausti occhi miraro
la Parca e la Fortuna, onde il comando
di fior tanto d'eroi ti fu sortito!
Sovviemmi il giorno ch'io toccai straniero
la vitifera Frigia. Un denso io vidi
popolo di cavalli agitatore
dell'inclito Migdon schiere e d'Otrèo,
che poste del Sangario alla riviera
avean le tende, ed io co' miei m'aggiunsi
lor collegato, e fui del numer uno
il dì che a pugna le virili Amàzzoni
discesero. Ma tante allor non fûro
le frigie torme no quante or l'achee.
Visto un secondo eroe, di nuovo il vecchio
la donna interrogò: Dinne chi sia
quell'altro, o figlia. Egli è di tutto il capo
minor del sommo Agamennón, ma parmi
e del petto più largo e della spalla.
Gittate ha l'armi in grembo all'erba, ed egli
come arïète si ravvolve e scorre
tra le file de' prodi; e veramente
parmi di greggia guidator lanoso
quando per mezzo a un branco si raggira
di candide belanti, e le conduce.
Quegli è l'astuto laerziade Ulisse,
la donna replicò, là nell'alpestre
suol d'Itaca nudrito, uom che ripieno
di molti ingegni ha il capo e di consigli.
Donna, parlasti il ver, soggiunse il saggio
Antènore. Spedito a dimandarti
col forte Menelao qua venne un tempo
ambasciatore Ulisse, ed io fui loro
largo d'ospizio e d'accoglienze oneste,
e d'ambo studïai l'indole e il raro
accorgimento. Ma venuto il giorno
di presentarsi nel troian senato,
notai che, stanti l'uno e l'altro in piedi,
il soprastava Menelao di spalla;
ma seduti, apparìa più augusto Ulisse.
Come poi la favella e de' pensieri
spiegâr la tela, ognor succinto e parco
ma concettoso Menelao parlava;
ch'uom di molto sermone egli non era,
né verbo in fallo gli cadea dal labbro,
benché d'anni minor. Quando poi surse
l'itaco duce a ragionar, lo scaltro
stavasi in piedi con lo sguardo chino
e confitto al terren, né or alto or basso
movea lo scettro, ma tenealo immoto
in zotica sembianza, e un dispettoso
detto l'avresti, un uom balzano e folle.
Ma come alfin dal vasto petto emise
la sua gran voce, e simili a dirotta
neve invernal piovean l'alte parole,
verun mortale non avrebbe allora
con Ulisse conteso; e noi ponemmo
la maraviglia di quel suo sembiante.
Qui vide un terzo il re d'eccelso e vasto
corpo, ed inchiese: Chi quell'altro fia
che ha membra di gigante, e va sovrano
degli omeri e del capo agli altri tutti? -
Il grande Aiace, rispondea racchiusa
nel fluente suo vel la dìa Lacena,
Aiace, rocca degli Achei. Quell'altro
dall'altra banda è Idomenèo: lo vedi?
ritto in piè fra' Cretensi un Dio somiglia,
e de' Cretensi gli fan cerchio i duci.
Spesso ad ospizio nelle nostre case
l'accolse Menelao, ben lo ravviso,
e ravviso con lui tutti del greco
o poca d'armi maestrìa ti tolga
delle dardanie mura la conquista.
Saggio vegliardo, gli rispose Atride,
in tutti della guerra i parlamenti
nanzi a tutti tu vai. Piacesse a Giove,
a Minerva piacesse e al santo Apollo,
ch'altri dieci io m'avessi infra gli Achei
a te pari in consiglio; ed atterrata
cadrìa ben tosto la città troiana.
Ma me l'Egìoco Giove in alti affanni
sommerse, e incauto mi sospinse in vane
gare e contese. Di parole avemmo
gran lite Achille ed io d'una fanciulla,
ed io fui primo all'ira. Ma se fia
che in amistà si torni, un sol momento
non tarderà di Troia il danno estremo.
Or via, di cibo a ristorar le forze
itene tutti per la pugna. Ognuno
l'asta raffili, ognun lo scudo assetti,
di copioso alimento ognun governi
i corridor veloci, e diligente
visiti il cocchio, e mediti il conflitto;
onde questo sia giorno di battaglia
tutto e di sangue, e senza posa alcuna,
finché la notte non estingua l'ire
de' combattenti. Di guerrier sudore
bagnerassi la soga dello scudo
sui caldi petti, verrà manco il pugno
sovra il calce dell'asta, e destrier molli
trarranno il cocchio con infranta lena.
Qualunque io poscia scorgerò che lungi
dalla pugna si resti appo le navi
neghittoso, non fia chi salvo il mandi
dalla fame de' cani e degli augelli.
Così disse, e al finir di sue parole
mandâr gli Achivi un altissimo grido
somigliante al muggir d'onda spezzata
all'alto lido ove il soffiar la caccia
di furioso Noto incontro ai fianchi
di prominente scoglio, flagellato
da tutti i venti e da perpetue spume.
Si levâr frettolosi, si dispersero
per le navi, destâr per tutto il lido
globi di fumo, ed imbandîr le mense.
Chi a questo dio sacrifica, chi a quello,
al suo ciascun si raccomanda, e il prega
di camparlo da morte nella pugna.
Ma il re de' prodi Agamennóne un pingue
toro quinquenne al più possente nume
sagrifica, e convita i più prestanti:
Nestore primamente e Idomenèo,
quindi entrambi gli Aiaci, e di Tidèo
l'inclito figlio, e sesto il divo Ulisse.
Spontaneo venne Menelao, cui noto
era il travaglio del fratello. E questi
fêr di sé stessi una corona intorno
alla vittima, e preso il salso farro
nel mezzo Agamennóne orando disse:
Glorioso de' nembi adunatore
Massimo Giove abitator dell'etra,
pria che il sole tramonti e l'aria imbruni,
fa che fumanti al suol di Priamo io getti
gli alti palagi, e d'ostil fiamma avvampi
le regie porte; fa che la mia lancia
squarci l'usbergo dell'ettòreo petto,
e che dintorno a lui molti suoi fidi
boccon distesi mordano la polve.
Disse; ed il nume l'olocausto accolse,
ma non il voto, e a lui più lutto ancora
preparando venìa. Finito il prego
e sparso il farro, ed incurvato all'ara
della vittima il collo, la scannaro,
la discuoiaro, ne squartâr le cosce,
le rivestîr di doppio zirbo, e sopra
poservi i crudi brani. Indi la fiamma
d'aride schegge alimentando, a quella
cocean gli entragni nello spiedo infissi.
Adusti i fianchi, e fatto delle sacre
viscere il saggio, lo restante in pezzi
negli schidon confissero, ed acconcia-
-mente arrostito ne levaro il tutto.
Finita l'opra, apparecchiâr le mense,
e a suo talento vivandò ciascuno.
Di cibo sazi e di bevanda, prese
a così dire il cavalier Nestorre:
Re delle genti glorioso Atride
Agamennón, si tolga ogni dimora
all'impresa che in pugno il Dio ne pone.
Degli araldi la voce alla rassegna
chiami sul lido i loricati Achei,
e noi scorriamo le raccolte squadre,
e di Marte destiam l'ira e il desìo.
Assentì pronto il sire, ed al suo cenno
l'acuto grido degli araldi diede
della pugna agli Achivi il fiero invito.
Corsero quelli frettolosi; e i regi
di Giove alunni, che seguìan l'Atride,
li ponean ratti in ordinanza. Errava
Minerva in mezzo, e le splendea sul petto
incorrotta, immortal la prezïosa
stan sul secco le prore, onde si vegga
se Giove allor vi stenderà la mano?
Così imperando trascorrea le schiere.
Venne ai Cretesi; e li trovò che all'armi
davan di piglio intorno al bellicoso
Idomenèo. Per vigorìa di forze
pari a fiero cinghiale Idomenèo
guidava l'antiguardia, e Merïone
la retroguardia. Del vederli allegro
il sir de' forti Atride al re cretese
con questo dolce favellar si volse:
Idomenèo, te sopra i Dànai tutti
cavalieri veloci in pregio io tegno,
sia nella guerra, sia nell'altre imprese,
sia ne' conviti, allor che ne' crateri
d'almo antico lïeo versan la spuma
i supremi tra' Greci. Ove degli altri
chiomati Achivi misurato è il nappo,
il tuo del par che il mio sempre trabocca,
quando ti prende di bombar la voglia.
Or entra nella pugna, e tal ti mostra
qual dianzi ti vantasti. - E de' Cretensi
a lui lo duce: Atride, io qual già pria
t'impromisi e giurai, fido compagno
per certo ti sarò. Ma tu rinfiamma
gli altri Achivi a pugnar senza dimora.
Rupper l'accordo i Teucri, e perché primi
del patto vïolâr la santitate,
sul lor capo cadran morti e ruïne.
Disse; e gioioso proseguì l'Atride
fra le caterve la rivista, e venne
degli Aiaci alla squadra. In tutto punto
metteansi questi, e li seguìa di fanti
un nugolo. Siccome allor che scopre
d'alto loco il pastor nube che spinta
su per l'onde da Cauro s'avvicina,
e bruna più che pece il mar vïaggia,
grave il seno di nembi; inorridito
ei la guarda, ed affretta alla spelonca
le pecorelle; così negre ed orride
per gli scudi e per l'aste si moveano
sotto gli Aiaci accolte le falangi
de' giovani veloci al rio conflitto.
Allegrossi a tal vista Agamennóne,
e a' lor duci converso in presti accenti,
Aiaci, ei disse, condottieri egregi
de' loricati Achivi, io non v'esorto,
(ciò fôra oltraggio) a inanimar le vostre
schiere; già per voi stessi a fortemente
pugnar le stimolate. Al sommo Giove
e a Pallade piacesse e al santo Apollo,
che tal coraggio in ogni petto ardesse,
e tosto presa ed adeguata al suolo
per le man degli Achei Troia cadrebbe.
Così detto lasciolli, e procedendo
a Nestore arrivò, Nestore arguto
de' Pilii arringator, che in ordinanza
i suoi prodi metteva, e alla battaglia
li concitava. Stavangli dintorno
il grande Pelagonte ed Alastorre,
e il prence Emone e Cromio, ed il pastore
di popoli Biante. In prima ei pose
alla fronte coi carri e coi cavalli
i cavalieri, e al retroguardo i fanti,
che molti essendo e valorosi, il vallo
formavano di guerra. Indi nel mezzo
i codardi rinchiuse, onde forzarli
lor mal grado a pugnar. Ma innanzi a tutto
porge ricordo ai combattenti equestri
di frenar lor cavalli, e non mischiarsi
confusamente nella folla. - Alcuno
non sia, soggiunse, che in suo cor fidando
e nell'equestre maestrìa, s'attenti
solo i Teucri affrontar di schiera uscito:
né sia chi retroceda; ché cedendo
si sgagliarda il soldato. Ognun che sceso
dal proprio carro l'ostil carro assalga,
coll'asta bassa investalo, ché meglio
sì pugnando gli torna. Con quest'arte,
con questa mente e questo ardir nel petto
le città rovesciâr gli antichi eroi.
Il canuto così mastro di guerra
le sue genti animava. In lui fissando
gli occhi l'Atride, giubilonne, e tosto
queste parole gli drizzò: Buon veglio,
oh t'avessi tu salde le ginocchia
e saldi i polsi come hai saldo il core!
La ria vecchiezza, che a null'uom perdona,
ti logora le forze: ah perché d'altro
guerrier non grava la crudel le spalle!
perché de' tuoi begli anni è morto il fiore!
Ed il gerenio cavalier rispose:
Atride, al certo bramerei pur io
quelle forze ch'io m'ebbi il dì che morte
diedi all'illustre Ereutalion. Ma tutti
tutto ad un tempo non comparte Giove
i suoi doni al mortal. Rideami allora
gioventude: or mi doma empia vecchiezza.
Ma qual pur sono mi starò nel mezzo
de' cavalieri nella pugna, e gli altri
Giuntogli sopra, il cavalier toccollo
colla punta del piè, lo spinse, e forte
garrendo lo destò. Sorgi, Tidìde;
perché ne sfiori tutta notte il sonno?
Non odi che i Troiani in campo stanno
sovra il colle propinquo, e che disgiunti
di poco spazio dalle navi ei sono?
Disse; e quei si destò balzando in piedi
veloce come lampo, e a lui rivolto
con questi accenti rispondea: Sei troppo
delle fatiche tollerante, o veglio,
né ozïoso giammai. A risvegliarne
di quest'ora i re duci inopia forse
v'ha di giovani achei pronti alla ronda?
Ma tu sei veglio infaticato e strano.
E Nestore di nuovo: Illustre amico,
tu verace parlasti e generoso.
Padre io mi son d'egregi figli, e duce
di molti prodi che potrìan le veci
pur d'araldo adempir. Ma grande or preme
necessità gli Achivi, e morte e vita
stanno sul taglio della spada. Or vanne
tu che giovine sei, vanne, e il veloce
chiamami Aiace e di Filèo la prole,
se pietà senti del mio tardo piede.
Così parla il vegliardo. E Dïomede
sull'omero si getta una rossiccia
capace pelle di lïon, cadente
fino al tallone ed una picca impugna.
Andò l'eroe, volò, dal sonno entrambi
li destò, li condusse; e tutti in gruppo
s'avvïar delle guardie alle caterve:
né delle guardie abbandonato al sonno
duce alcuno trovâr, ma vigilanti
tutti ed armati e in compagnia seduti.
Come i fidi molossi al pecorile
fan travagliosa sentinella udendo
calar dal monte una feroce belva
e stormir le boscaglie: un gran tumulto
s'alza sovr'essa di latrati e gridi,
e si rompe ogni sonno: così questi
rotto il dolce sopor su le palpebre,
notte vegliano amara, ognor del piano
alla parte conversi, ove s'udisse
nemico calpestìo. Gioinne il veglio,
e confortolli e disse: Vigilate
così sempre, o miei figli, e non si lasci
niun dal sonno allacciar, onde il Troiano
di noi non rida. Così detto, il varco
passò del fosso, e lo seguièno i regi
a consiglio chiamati. A lor s'aggiunse
compagno Merïone, e di Nestorre
l'inclito figlio, convocati anch'essi
alla consulta. Valicato il fosso,
fermârsi in loco dalla strage intatto,
in quel loco medesmo ove sorgiunto
Ettore dalla notte alla crudele
uccisïone degli Achei fin pose.
Quivi seduti cominciâr la somma
a parlar delle cose; e in questi detti
Nestore aperse il parlamento: Amici,
havvi alcuna tra voi anima ardita
e in sé sicura, che furtiva ir voglia
de' fier Troiani al campo, onde qualcuno
de' nemici vaganti alle trinciere
far prigioniero? o tanto andar vicino,
che alcun discorso de' Troiani ascolti,
e ne scopra il pensier? se sia lor mente
qui rimanersi ad assediar le navi,
o alla città tornarsi, or che domata
han l'achiva possanza? Ei forse tutte
potrìa raccor tai cose, e ritornarne
salvo ed illeso. D'alta fama al mondo
farebbe acquisto, e n'otterrìa bel dono.
Quanti son delle navi i capitani
gli daranno una negra pecorella
coll'agnello alla poppa; e guiderdone
alcun altro non v'ha che questo adegui.
Poi ne' conviti e ne' banchetti ei fia
sempre onorato, desïato e caro.
Disse; e tutti restâr pensosi e muti.
Ruppe l'alto silenzio il bellicoso
Dïomede e parlò: Saggio Nelìde,
quell'audace son io: me la fidanza,
me l'ardir persuade al gran periglio
d'insinuarmi nel dardanio campo.
Ma se meco verranne altro guerriero,
securtà crescerammi ed ardimento.
Se due ne vanno di conserva, l'uno
fa l'altro accorto del miglior partito.
Ma d'un solo, sebben veggente e prode,
tardo è il coraggio e debole il consiglio.
Disse: e molti volean di Dïomede
ir compagni: il volean ambo gli Aiaci,
il volea Merïon: più ch'altri il figlio
di Nestore il volea: chiedealo anch'esso
l'Atride Menelao: chiedea del pari
penetrar ne' troiani accampamenti
il forte Ulisse: perocché nel petto
sempre il cor gli volgea le ardite imprese.
ne rapîr le tenèbre invidiose,
che inopportune sul cruento lido
salvâr le navi e i paurosi Achei.
Obbediamo alle negre ombre nemiche,
apparecchiam le cene. Ognun dal temo
sciolga i cavalli, e liberal sia loro
di largo cibo. Di voi parte intanto
alla città si affretti, e pingui agnelle
e giovenchi n'adduca, e di Lïeo
e di Cerere il frutto almo e gradito.
Sian di secche boscaglie anco raccolte
abbondanti cataste, e si cosparga,
finché regna la notte e l'alba arriva,
tutto di fuochi il campo e il ciel di luce,
onde dell'ombre nel silenzio i Greci
non prendano del mar su l'ampio dorso
taciturni la fuga; o i legni almeno
non salgano tranquilli, e la partenza
senza terror non sia; ma nell'imbarco
o di lancia piagato o di saetta
vada più d'uno alle paterne case
a curar la ferita, e rechi ai figli
l'orror de' Teucri, e così loro insegni
a non tentarli con funesta guerra.
Voi cari a Giove diligenti araldi,
per la città frattanto ite, e bandite
che i canuti vegliardi, e i giovinetti
a cui le guance il primo pelo infiora,
custodiscan le mura in su gli spaldi
dagli Dei fabbricati. Entro le case
allumino gran fuoco anco le donne,
e stazïon vi sia di sentinelle,
onde, sendo noi lungi, ostile insidia
nell'inerme città non s'introduca.
Quanto or dico s'adémpia, e non fia vano,
magnanimi compagni, il mio consiglio.
Dirò dimani ciò che far ne resta.
Spero ben io, se Giove e gli altri Eterni
avrem propizi, di cacciarne lungi
cotesti cani da funesto fato
qua su le prore addutti. Or per la notte
custodiamo noi stessi. Al primo raggio
del nuovo giorno in tutto punto armati
desteremo sul lido acre conflitto;
vedrem se Dïomede, questo forte
figliuolo di Tidèo, respingerammi
dalle navi alle mura, o s'io coll'asta
saprò passargli il fianco, e via portarne
le sanguinose spoglie. Egli dimani
manifesto farà se sua prodezza
tal sia che possa di mia lancia il duro
assalto sostener. Ma se fallace
non è mia speme, ei giacerà tra' primi
spento con molti de' compagni intorno,
ei sì, dimani, all'apparir del Sole.
Così immortal foss'io, né mai vecchiezza
vïolasse i miei giorni, ed onorato
foss'io del par che Pallade ed Apollo,
come fatale ai Greci è il dì futuro.
Tal fu d'Ettorre il favellar superbo,
e gli fêr plauso i Teucri. Immantinente
sciolsero dal timone i polverosi
destrier sudati, e colle briglie al carro
gli annodò ciascheduno. Indi menaro
pecore e buoi dalla cittade in fretta.
Altri vien carco di nettareo vino,
altri di cibo cereale; ed altri
cataste aduna di virgulti e tronchi.
Rapìan l'odor delle vivande i venti
da tutto il campo, e lo spargeano al cielo.
Ed essi gonfi di baldanza, e in torme
belliche assisi dispendean la notte,
tutta empiendo di fuochi la campagna.
Siccome quando in ciel tersa è la Luna,
e tremole e vezzose a lei dintorno
sfavillano le stelle, allor che l'aria
è senza vento, ed allo sguardo tutte
si scuoprono le torri e le foreste
e le cime de' monti; immenso e puro
l'etra si spande, gli astri tutti il volto
rivelano ridenti, e in cor ne gode
l'attonito pastor: tali al vederli,
e altrettanti apparìan de' Teucri i fuochi
tra le navi e del Xanto le correnti
sotto il muro di Troia. Erano mille
che di gran fiamma interrompeano il campo,
e cinquanta guerrieri a ciascheduno
sedeansi al lume delle vampe ardenti.
Presso i carri frattanto orzo ed avena
i cavalli pascevano, aspettando
che dal bel trono suo l'Alba sorgesse.

Libro Nono
Queste de' Teucri eran le veglie. Intanto
del gelido Terror negra compagna
la Fuga, dagli Dei ne' petti infusa,
l'achivo campo possedea. Percosso
da profonda tristezza era di tutti
i più forti lo spirto; e in quella guisa
che il pescoso Oceàno si rabbuffa,
su questo lido? Compatir m'è forza
dunque agli Achivi, se a mal cor qui stanno.
Ma dopo tanta dimoranza è turpe
vôti di gloria ritornar. Deh voi,
deh ancor per poco tollerate, amici,
tanto indugiate almen, che si conosca
se vero o falso profetò Calcante.
In cuor riposte ne teniam noi tutti
le divine parole, e voi ne foste
testimoni, voi sì quanti la Parca
non aveste crudel. Parmi ancor ieri
quando le navi achee di lutto a Troia
apportatrici in Aulide raccolte,
noi ci stavamo in cerchio ad una fonte
sagrificando sui devoti altari
vittime elette ai Sempiterni, all'ombra
d'un platano al cui piè nascea di pure
linfe il zampillo. Un gran prodigio apparve
subitamente. Un drago di sanguigne
macchie spruzzato le cerulee terga,
orribile a vedersi, e dallo stesso
re d'Olimpo spedito, ecco repente
sbucar dall'imo altare, e tortuoso
al platano avvinghiarsi. Avean lor nido
in cima a quello i nati tenerelli
di passera feconda, latitanti
sotto le foglie: otto eran elli, e nona
la madre. Colassù l'angue salito
gl'implumi divorò, miseramente
pigolanti. Plorava i dolci figli
la madre intanto, e svolazzava intorno
pietosamente; finché ratto il serpe
vibrandosi afferrò la meschinella
all'estremo dell'ala, e lei che l'aure
empiea di stridi, nella strozza ascose.
Divorata co' figli anco la madre,
del vorator fe' il Dio che lo mandava
nuovo prodigio; e lo converse in sasso.
Stupidi e muti ne lasciò del fatto
la meraviglia, e a noi, che dell'orrendo
portento fra gli altari intervenuto
incerti ci stavamo e paventosi,
Calcante profetò: Chiomati Achivi,
perché muti così? Giove ne manda
nel veduto prodigio un tardo segno
di tardo evento, ma d'eterno onore.
Nove augelli ingoiò l'angue divino,
nov'anni a Troia ingoierà la guerra,
e la città nel decimo cadrà.
Così disse il profeta, ed ecco omai
tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque
perseverate, generosi Achei,
restatevi di Troia al giorno estremo.
Levossi a questo dire un alto grido,
a cui le navi con orribil eco
rispondean, grido lodator del saggio
parlamento d'Ulisse. Ed incalzando
quei detti il vecchio cavalier Nestorre,
Oh vergogna, dicea; sul vostro labbro
parole intesi di fanciulli a cui
nulla cal della guerra. Ove n'andranno
i giuramenti, le promesse e i tanti
consigli de' più saggi e i tanti affanni,
le libagioni degli Dei, la fede
delle congiunte destre? Dissipati
n'andran col fumo dell'altare? Achei,
noi contendiamo di parole indarno,
e in vane induge il tempo si consuma,
che dar si debbe a salutar riparo.
Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermo
su gli Achei nelle pugne alza lo scettro:
ed in proposte, che d'effetto vote
cadran mai sempre, marcir lascia i pochi
che in disparte consultano se in Argo
redir si debba, pria che falsa o vera
si conosca di Giove la promessa.
Io ti fo certo che il saturnio figlio,
il giorno che di Troia alla ruïna
sciolser gli Achivi le veloci antenne,
non dubbio cenno di favor ne fece
balenando a diritta. Alcun non sia
dunque che parli del tornarsi in Argo,
se prima in braccio di troiana sposa
non vendica d'Elèna il ratto e i pianti.
Se taluno pur v'ha che voglia a forza
di qua partirsi, di toccar si provi
il suo naviglio, e troverà primiero
la meritata morte. Tu frattanto
pria ti consiglia con te stesso, o sire,
indi cogli altri, né sprezzar l'avviso
ch'io ti porgo. Dividi i tuoi guerrieri
per curie e per tribù, sì che a vicenda
si porga aita una tribù con l'altra,
l'una con l'altra curia. A questa guisa,
obbedendo agli Achei, ti fia palese
de' capitani a un tempo e de' soldati
qual siasi il prode e quale il vil; ché ognuno
con emula virtù pel suo fratello
combatterà. Conoscerai pur anco
se nume avverso, o codardìa de' tuoi,
né de' custodi alcun né dell'ancelle
di mia fuga s'avvide. Errai gran pezza
per l'ellade contrada, e giunto ai campi
della feconda pecorosa Ftia,
trassi al cospetto di Pelèo. M'accolse
lietamente il buon sire, e mi dilesse
come un padre il figliuol ch'unico in largo
aver gli nasca nell'età canuta:
e di popolo molto e di molt'oro
fattomi ricco, l'ultimo confine
di Ftia mi diede ad abitar, commesso
de' Dolopi il governo alla mia cura.
Son io, divino Achille, io mi son quegli
che ti crebbi qual sei, che caramente
t'amai; né tu volevi bambinello
ir con altri alla mensa, né vivanda
domestica gustar, ov'io non pria
adagiato t'avessi e carezzato
su' miei ginocchi, minuzzando il cibo,
e porgendo la beva che dal labbro
infantil traboccando a me sovente
irrigava sul petto il vestimento.
Così molto soffersi a tua cagione,
e consolava le mie pene il dolce
pensier che, i numi a me negando un figlio
generato da me, tu mi saresti
tal per amore divenuto, e tale
m'avresti salvo un dì da ria sciagura.
Doma dunque, cor mio, doma l'altero
tuo spirto: disconviene una spietata
anima a te che rassomigli i numi:
ché i numi stessi, sì di noi più grandi
d'onor, di forza, di virtù, son miti;
e con vittime e voti e libamenti
e odorosi olocausti il supplicante
mortal li placa nell'error caduto.
Perocché del gran Giove alme figliuole
son le Preghiere che dal pianto fatte
rugose e losche con incerto passo
van dietro ad Ate ad emendarla intese.
Vigorosa di piè questa nocente
forte Dea le precorre, e discorrendo
la terra tutta l'uman germe offende.
Esse van dopo, e degli offesi han cura.
Chi dispettoso queste Dee riceve,
ne va colmo di beni ed esaudito;
chi pertinace le respinge indietro,
ne spermenta lo sdegno. Esse del padre
si presentano al trono, e gli fan prego
ch'Ate ratta inseguisca, e al fio suggetti
l'inesorato che al pregar fu sordo.
Trovin dunque di Giove oggi le figlie
appo te quell'onor ch'anco de' forti
piega le menti. Se al tuo piè di molti
doni l'offerta non mettesse Atride
coll'impromessa di molt'altri poscia,
e persistesse in suo rancor, non io
t'esorterei di por giù l'ira, e all'uopo
degli Achivi volar, comunque afflitti;
ma molti di presente egli ne porge,
ed altri poi ne profferisce, e i duci
miglior trascelti tra gli Achei t'invìa,
e a te stesso i più cari a supplicarti.
Non disprezzarne la venuta e i preghi,
onde l'ira, che pria giusta pur era,
non torni ingiusta. Degli andati eroi
somma laude fu questa, allor che grave
li possedea corruccio, alle preghiere
placarsi, né sdegnar supplici doni.
Opportuno sovviemmi un fatto antico,
che quale avvenne io qui fra tutti amici
narrerò. Combattean ferocemente
con gli Etòli i Cureti anzi alle mura
di Calidone, ad espugnarla questi,
a difenderla quelli; e gli uni e gli altri,
gente d'alto valor, con mutue stragi
si distruggean. Commossa avea tal guerra
di Dïana uno sdegno, e del suo sdegno
fu la cagione Enèo che, de' suoi campi
terminata la messe, e offerti ai numi
i consueti sacrifici, sola
(fosse spregio od obblìo) lasciato avea
senza offerte la Diva. Ella di questo
altamente adirata un fero spinse
cinghial d'Enèo ne' campi, che tremendo
tutte atterrava col fulmineo dente
le fruttifere piante. Il forte Enìde
Meleagro alla fin, dalle propinque
città raccolto molto nerbo avendo
di cacciatori e cani, a morte il mise;
né minor forza si chiedea: tant'era
smisurata la belva, e tanti al rogo
n'avea sospinti. Ma la Dea pel teschio
e per la pelle dell'irsuta fera
tra i Cureti e gli Etòli una gran lite
suscitò. Finché in campo il bellicoso
Meleagro comparve, andâr disfatti,
benché molti, i Cureti, e approssimarse
unqua alle mura non potean. Ma l'ira,
che anche i più saggi invade, il petto accese
e col favor di Pallade lo spensi:
forte eccelso campion che in molta arena
giaceami steso al piede. Oh mi fiorisse
or quell'etade e la mia forza intégra!
Per certo Ettorre troverìa qui tosto
chi gli risponda. E voi del campo acheo
i più forti, i più degni, ad incontrarlo
voi non andrete con allegro petto?
Tacque: e rizzârsi subitani in piedi
nove guerrieri. Si rizzò primiero
il re de' prodi Agamennón; rizzossi
dopo lui Dïomede, indi ambedue
gl'impetuosi Aiaci; indi, col fido
Merïon bellicoso, Idomenèo;
e poscia d'Evemon l'inclito figlio
Eurìpilo, e Toante Andremonìde,
e il saggio Ulisse finalmente. Ognuno
chiese il certame coll'eroe troiano.
Disse allora il buon veglio: Arbitra sia
della scelta la sorta, e sia l'eletto,
salvo tornando dall'ardente agone,
degli Achei la salute e di sé stes